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Diario
12 giugno 2011
Le colpe dei giovani
Ha ragione Giorgio Barba Navaretti quando dice, su Il Sole 24 Ore di sabato 11 giugno, che la gerontocrazia è in parte colpa dei giovani: “… sta anche ai giovani crescere ed acquisire rapidamente le competenze per ottenere le leve del comando e così appropriarsi del proprio futuro…”. Navaretti si rivolgeva ai Giovani Imprenditori di Confindustria, ma a mio avviso l’incapacità di acquisire rapidamente le competenze non è un problema esclusivo degli imprenditori ma piuttosto una situazione molto diffusa su un’intera generazione di italiani. E se questo è vero, la colpa non è solo dei giovani, ma di una intera società che dà loro un obiettivo errato. Tra le funzioni che svolgo nell’azienda per cui lavoro a Dublino, in Irlanda, vi è intervistare gran parte del personale che vogliamo assumere. Nel compiere questo esercizio, parlo ogni anno con decine di giovani di tante nazionalità diverse e di età tipicamente compresa tra i 23 e i 27 anni. Sono tutti candidati su per giù per le stesse posizioni: ruoli tecnici che vanno dalla scrittura di software alla gestione di progetti di Web marketing, alla realizzazione di supporti o contenuti multimediali. Perché la mia società lavora su Internet, proprio uno di quei settori che i nostri politici e sindacalisti e banchieri si riempiono la bocca dicendo di voler attrarre in Italia. Ebbene, non si tratta di un sondaggio svolto scientificamente, ma è per me interessante il continuo ripresentarsi dello stesso fenomeno: il “non italiano”, quando al termine del colloquio gli o le viene chiesto se ha delle domande da fare, invariabilmente chiede che cosa farà esattamente, oppure quale sarà il suo sentiero di crescita all’interno dell’azienda. Al contrario, nove giovani italiani su dieci, appena sono liberi di chiedere qualcosa, ci chiedono: “ma… che contratto mi fate? A tempo indeterminato?”. A questo punto io spiego loro che in Irlanda esiste un unico contratto di lavoro, che se ancora non lo sanno evidentemente sono nel paese da poco, che questo contratto rende uguali tutti i lavoratori, giovani e anziani, uomini e donne, laureati e non, e che noi siamo venuti a fondare una società qui proprio per questo. E prima di noi sono venute Google, Yahoo, Amazon, eBay e PayPal e dopo di noi Facebook e altri ancora. Qui o si lavora o non si lavora, ma se si lavora si firma tutti lo stesso contratto di 4 semplici pagine. I contratti cosidetti “temp” effettivamente esistono, ma sono utilizzati in rari casi specifici, perché il mercato li ha resi inutili. Dico loro anche che, se le loro competenze sulle tecnologie sono davvero quelle descritte nel loro CV, devono essere felici di questa situazione di pari opportunità, perché stanno per trovare un posto di lavoro e sarà poi l’azienda a dover lottare per trattenerli tra i propri collaboratori. Se così non fosse non li potremmo assumere, perché il rischio che le loro competenze o voglia di imparare non siano all’altezza, se si concretizzasse, non ci permetterebbe di competere ad armi pari con i nostri migliori concorrenti internazionali: tutte società basate sui cervelli quasi tutte con sedi ‘produttive’ nei mercati del lavoro più avanzati del mondo. Certo, flessibilità e precarietà sono due nomi per la stessa cosa: flessibilità la chiama chi è veloce e sicuro di sé, i preparati; precarietà quelli che invece non hanno delle capacità forti da spendere con successo in settori produttivi in crescita. Ma in Italia è anni che utilizziamo solo il termine precarietà e, anche per questo, noi settori produttivi in crescita in sostanza non ne abbiamo manco uno e le giovani aziende dinamiche non possono che fuggire all’estero, con gran spreco di energie fisiche ed emotive. Le famiglie, i professori, i giornalisti, gli intellettuali, la chiesa, i politici di ogni colore, le banche che erogano i mutui, tutti da oltre dieci anni spiegano ai ragazzi che la cosa importante non è cosa andranno a fare, cosa impareranno, cosa fa l’azienda in cui andranno a lavorare, se quell’attività è proiettata al futuro o guarda al passato. Ciò che conta davvero è la sicurezza del loro posto di lavoro. E questa, purtroppo, è una società chiusa in sé stessa, miope e che pensa di avere già perso.
4 dicembre 2007
Abete per Piazza San Pietro
E' stata una tristezza vedere nel telegiornale di questa mattina uomini impegnati ad abbattere un abete di 200 anni per "ornare" Piazza San Pietro.
Non mi pare un gran bel messaggio. Ratzinger potrebbe rifiutare il dono.
abete
Ratzinger
deforestazione
| inviato da guidomeak il 4/12/2007 alle 9:34 | |
9 ottobre 2007
Bamboccioni o superuomini?
L’appellativo usato da Padoa Schioppa per definire me e i miei coetanei rappresenta certamente una situazione reale. Occorre però riconoscere che esistono chiare ragioni economiche che spingono molti 30enni a vivere a carico dei genitori. Le motivazioni economiche sono forse meno nobili di quelle culturali, ma hanno il vantaggio di essere in gran parte sotto il controllo del governo.
Nell’articolo alla URL: http://fantapartito.it/Members/guido/Bamboccioni_o_superuomini_20071009.pdf ho provato a confrontare due vere buste paga versate a settembre dalla sede irlandese e da quella italiana dello stesso gruppo internazionale a due veri impiegati 30enni che fanno lo stesso lavoro. Si scopre innanzitutto che la busta paga irlandese è molto più semplice, e poi che il divario tra il costo aziendale e lo stipendio netto è diverso tra i due paesi in maniera imbarazzante. Questo fa si che lavorare, e quindi impiegare, sia in Irlanda molto più conveniente che in Italia.
Un giovane deve rendere in Italia molto di più che in Irlanda per giustificare il sistema economico ad impiegarlo e non è affatto detto che ce la faccia. A parità di età, di formazione, di intelligenza, di attività svolta, il 30enne irlandese del nostro esempio deve produrre 26.580 Euro per intascarne 22.024 mentre il 30enne italiano deve produrre 35.751 Euro (il 35% in più) per intascarne 17.900 (il 19% in meno dell’irlandese). Viene naturale chiedere a tutti i nostri ministri, non solo a TPS: diteci, chi dei due avrà i soldi per allontanarsi da casa?
E ora l’impatto sull’occupazione: facciamo finta che i due 30enni lavorino in due aziende agricole e che producano 1 Euro di pomodori per ogni campo che arano. Per giustificare il proprio stipendio, l’irlandese deve arare 26 mila campi l’anno, l’italiano 35 mila. Poiché entrambe le aziende sanno che dovranno formare il giovane dipendente, vi chiedo: chi dei due, l’italiano o l’irlandese, sarà più probabilmente subito assunto? Chi invece NON sarà impiegato oppure sarà assunto in maniera precaria in attesa che dimostri di essere un superuomo da 35 mila campi l’anno??
31 luglio 2007
10 punti per parlare di strategia
Alla URL: http://visionforum.it/forum/globalizzazione_e_democrazia/i_programmi_di_vision/index.php" potete trovare l'articolo scritto con Marco e Francesco che propone 10 punti per l'Italia.
Oggi sembra che finalmente la politica di professione ritenga conveniente mettere giù dei testi ragionevolmente concisi e comprensibili. Questi testi hanno più o meno invariabilmente preso la forma di programmi a punti. E allora perché pubblicarne l’ennesimo solo oggi? A me pare che a ben leggere nulla sia cambiato nella produzione dei professionisti tranne la forma: i punti dei rappresentanti dei grandi schieramenti ancora non dicono nulla di definitivo, non esprimono un’idea nuova e tanto meno danno una direzione strategica al loro pensiero o al paese. Questo manca ancora in Italia: l’espressione del pensiero strategico da parte dei “capi”. C’è quindi ancora ampio spazio di miglioramento nella produzione di idee e nel loro recepimento. Molto c’è da fare oltre a queste pagine che pubblichiamo che dal mio punto di vista vogliono essere solo l’inizio di un ragionamento e di futuri approfondimenti.
L’altra grande mancanza, e questa certamente da parte nostra, è la coniugazione del pensiero con l’applicazione, con l’azione pratica. Questo poiché il nostro Parlamento e l’intera orbita dei partiti, sindacati e gran ciambellani della Pubblica Amministrazione sembrano un pozzo in cui le idee cadono oggi senza produrre nulla, neanche rumore.
9 luglio 2007
Sindacati e tempo del governo
Provo pena per l’attuale dibattito per “rinviare il rinvio” della riforma delle pensioni. Data l’evidente inefficienza dei dialoghi in corso e la vergogna che genera il probabile risultato, mi sono chiesto come mai il governo, espressione di tutto il paese, si trovi a negoziare con i tre Signori dei tre principali sindacati che puntano a un risultato al ribasso che penalizza chiaramente i giovani di tutte le classi di reddito. Mi sono dato due risposte entrambe banali: a) perché pur non rappresentando me forse rappresentano tanti altri; b) perché a prescindere dai numeri puri, si tratta comunque di organizzazioni in grado di muovere masse più o meno strutturate e di causare gravi danni al paese, e di riflesso al governo che li ostacoli.
E allora mi sono collegato a CGIL.it, CISL,it e UIL.it e ho cominciato a guardare i numeri. I dati di tesseramento pubblicati sono effettivamente impressionanti: oltre 5 milioni e mezzo di iscritti alla CGIL, poco meno di 4 milioni e quattrocentomila alla CISL, un soffio meno di 2 milioni alla UIL. Ipotizzando che non siano molti gli iscritti a più di uno dei tre (è una ipotesi verosimile?) si tratta se non erro di 11.933.418 iscritti nel 2006. Ovvero il 24.2% della popolazione italiana maggiorenne oppure il 26% della popolazione ambo-sessi compresa tra i 18 e gli 80 anni.
Caspita! Incredibile. Sottovalutavo l’amore degli italiani per il tesseramento al sindacato: un italiano su quattro non solo ci crede, ma si iscrive addirittura. E allora ho cercato la distribuzione di questo tesseramento sulle classi di età, sarebbe interessante capire quanti giovani ci sono, ma le età degli iscritti non sono disponibili. Allora ho cercato chi certifica questi dati, ovvero: sono dati auto-dichiarati o esiste una terza parte garante della “conta delle tessere”. Anche questa informazione purtroppo pare assente. Peccato.
Rimane certa la capacità organizzativa di CGIL, CISL e UIL tanto quanto è evidente la non-voglia di scendere in piazza di chi non è sindacalizzato o non si sente rappresentato dalle attuali organizzazioni dei lavoratori. Forse allora ci vorrebbe un’organizzazione “dei non-rappresentati” per urlare il nostro no al rinvio della riforma pensionistica. Forse dovremmo metterci un po’ di voglia e scendere in piazza anche noi.
CGIL
CISL
UIL
| inviato da guidomeak il 9/7/2007 alle 20:59 | |
21 giugno 2007
I sistemi di Internet metrics
Recentemente abbiamo integrato Google Analytics (GA) come uno dei sistemi di statistica su alcuni dei nostri negozi online. Abbiamo scelto di non passare a GA anche le info sugli ordini perché riteniamo che queste siano davvero riservate. Riteniamo e speriamo che Google sia attendibile nella rilevazione del traffico, anche se alcuni nostri clienti ci hanno manifestato dei dubbi (e noi stessi li abbiamo).
Su questo tema e sul tema dei sistemi di statistica e rilevamento traffico c'è da fare un paio di punti importanti:
a) Google ha lanciato Analytics dopo aver acquisito per una cifra non pubblica una società che per alcuni anni aveva sviluppato solo quello (Urchin Software). Google ci ha poi messo un po' di tempo per integrare il sistema software acquisito nella propria offerta.
b) Quindi si evince che i sistemi di pubblicazione WEB dei dati statistici NON siano dei sistemi banali.
c) Come abbiamo sperimentato direttamente, Google Analytics NON è esente da bachi e da discontinuità di sistema e i dati che pubblica non sono sempre coerenti. Questo, di nuovo, perché non si tratta di una attività triviale. Questa informazione è assolutamente da passare agli Amministratori Delegati, a prescindere dalle scemenze che gli propina la stampa o il consulente di turno.
d) Una cosa è avere un server che registra dei dati di log ed una cosa diversa è avere un motore di business intelligence che macina questi dati e poi pure li pubblica tutti belli colorati ed ordinati. Inoltre i dati di log sono dei file enormi e hanno una vita su un server. A meno di avere il Data Warehouse della NASA. E comunque lo storage NON è gratuito e non è infinito.
e) Poiché il rilevamento dei dati Web è in generale NON completo e NON perfetto, i dati stitistici pubblicati da GA o da qualsiasi altro sistema hanno tanta più rilevanza quanto maggiore è il traffico. Su piccoli numeri si rischiano errori percentualmente rilevanti.
f) GA sta rapidamente diventando il riferimento di mercato per questo tipo di sistemi e, nonostante le sue pecche, le aziende e le agenzie di Marketing online chiedono quello. Come abbiamo visto questa scelta non sempre è giustificata, ma certamente spinge gli altri players a NON concentrare troppe risorse sul maintenance del sistema di statistiche interno, dato anche che sia le aziende che alcune agenzie di marketing hanno la sensazione (colpa di GA) che i servizi statistici debbano essere erogati gratuitamente ovvero siano una commodity come l'acqua potabile. Abbiamo visto che così NON è.
g) Mi immagino quanto saranno incazz.. con la gratuità di GA ad esempio quelli di WebTrends che vivono del loro sistema di statistiche. Che tra l'altro non è proprio un granché.
h) Forse in controtendenza, Zerogrey STA GIA' sviluppando un nuovo e più bello e più completo sistema di statistica e pubblicazione dati che riteniamo strategicamente sarà presto un punto di forza della nostra offerta commerciale. Ma questo lo stiamo facendo addirittura integrando alcuni dati che ci passa Google Analytics.
| inviato da guidomeak il 21/6/2007 alle 13:1 | |
20 giugno 2007
Un pensiero sulle pensioni..
Oggi sul Corriere della Sera: "I ragazzi di Google vanno in pensione a 30 anni".
Scandaloso - starà pensando il politico medio italiano - peseranno sul bilancio dello stato. Nooo! Testone, è che hanno prodotto talmente tanta ricchezza, ci sono state anche talmente tante aziende italiane che hanno pagato per i servizi che loro si sono inventati dal nulla, che ora possono andare ai Caraibi felici. Avendo prodotto in 5 anni più PIL USA di quanto un lavoratore Italiano medio può sperare di fare in 5 vite.
E allora ha senso continuare a discutere se andare in pensione a 57 o 60 anni? Oppure ha più senso risolvere la querelle e mettere le nostre forze (non il Tesoretto, perché quello è un bluff) per fare in modo che anche il povero lavoratore italiano e quindi l'azienda italiana abbia la speranza, almeno quella, di diventare la prossima Google?
Sveglia Epifani, Prodi, Larizza, Damiano, e compagnia. Il paese affonda e sarete re delle rovine!
pensioni
google
scalone maroni
| inviato da guidomeak il 20/6/2007 alle 20:8 | |
12 gennaio 2007
“Economia del Petrolio” o “Economia del Riscaldamento”? - La logica dell’inazione
Ieri sera un mio preparatissimo amico mi ha stupito sfidandomi sull’Effetto Serra con il seguente punto logico: “Ma come è possibile che se il problema è grave come tu dici – parlavamo degli scenari più pessimisti e dell’incapacità della scienza umana di prevederli con certezza– la comunità scientifica non riesca a far arrivare il messaggio forte e chiaro alle mie orecchie? Come è possibile che non siano il governo o in genereale le forze politiche ad allertare l’opinione pubblica ed imboccare una strada di variazione?”. Mi pare utile provare a dare una risposta articolata a tale domanda.
Esistono tre ragioni principali percui questo non accade:
1. Interessi costituiti Il riscaldamento globale non è selettivamente legato ai trasporti oppure alla produzione industriale oppure alla generazione di energia. Il riscaldamento globale è un effetto collaterale del nostro modo di vita e, più esattamente, del sistema che gli esseri umani hanno in funzione per attribuire, valutare e ridistribuire la ricchezza.
La ragione per cui gli argomenti del mondo scientifico (per la verità ripetuti alla noia da almeno 10 anni) scivolano addosso all’opinione pubblica ed ai leader, è quindi semplicemente che non abbiamo un’alternativa praticabile all’Economia del Riscaldamento. I vestiti che indossiamo, le zucchine che compriamo al supermercato, le vacanze che sogniamo di fare e il pc che usiamo per scrivere o per leggere contribuiscono tutti all’emissione di Gas Serra. Immaginare seriamente un’alternativa comporterebbe ricercare profonde revisioni ai mestieri ed alla vita di tutti noi: dal benzinaio, al coltivatore, su fino ai politici e scienziati che sono chiamati a influenzare e decidere. Probabilmente non siamo ancora pronti: abbiamo bisogno di vedere più chiaramente i costi della nostra inazione.
2. Fattore intergenerazionale Il riscaldamento globale è un problema con effetti nel lungo periodo. Non riusciamo a decidere non tanto perché gli impatti di qualsiasi azione avverranno sulle prossime generazioni, ma piuttosto perché la loro distanza nel futuro ci rende i risultati sfuocati e intangibili. Non è quindi un problema di etica intergenerazionale come si diceva negli anni 90, ma piuttosto rifiutiamo di prendere gravi decisioni in un contesto di incertezza, frustrante oltre la lunghezza della nostra vita. Qualsiasi cosa noi singoli umani decideremo di fare, non faremo in tempo a sapere se avevamo torto o ragione. È comprensibile quindi che anche persone come Bill Gates si dedichino a problemi relativamente “minori” come l’AIDS o la fame nel mondo.
3. Bene Pubblico internazionale Il riscaldamento ambientale è infine un problema sovrannazionale di gestione di un Bene Pubblico. Si tratta quindi di uno dei casi di gestione più difficili che la teoria economica preveda. Anche se superassimo filosoficamente punti 1 e 2 sopra, non esiste ad oggi un Governo del Mondo in grado di coordinare uno sforzo comune di abbattimento delle emissioni o mitigazione degli effetti. Abbiamo invece dei singoli governi che possiamo stimare “saggi”, ma proprio questi hanno un chiaro incentivo al Free-riding per la natura stessa dell’ambiente globale: a tutti conviene aspettare che sia il vicino per primo a sostenere i costi di riconversione della sua economia. Ma in questa ottica, chiaramente nessun governo farà nulla per primo. È per questo che diamo tanta importanza ai trattati internazionali quali il protocollo di Kyoto ed è per questo che sarebbe tanto auspicabile quanto improbabile un’integrazione della protezione del clima all’interno delle negoziazioni commerciali WTO.
Forse dovremmo partire da una “Certificazione climatica” dei prodotti che ci permettesse di scegliere non quelli a più basso impatto sociale, non quelli “equi e solidali” ma quelli a più basso, complessivo, impatto climatico. Chissà se qualche amico imprenditore deciderà di creare questa certificazione di qualità?
13 settembre 2006
Telecom-Tim: guardiamo al sistema finanziario italiano
Leggo su “La Repubblica” di ieri 12 settembre 2006 alcuni commenti sul caso Telecom - scorporo TIM. Si parla ironicamente di “Capitani Coraggiosi” del nostro capitalismo attuale e di “latitanza del capitale di rischio” (Riva, p.1) accennando con nostalgia all'etica degli imprenditori dei tempi andati. Si riporta lo “sconcerto e preoccupazione” di Romano Prodi che non vuole che il sistema paese perda un altro gioiello nel caso di vendita di TIM ad un compratore straniero (Mania e Marozzi, p.11).Beh, vale la pena di pensarci ancora un po' sù: dobbiamo renderci tutti conto che la cultura oggi dominante nel paese è AVVERSA all'impresa, ed è assolutamente vero che il capitale di rischio è assente. Ed in queste condizioni, non per difendere Marco Tronchetti Provera che non ho il piacere di conoscere, un imprenditore ed una impresa come dovrebbero comportarsi?
Una società come Telecom Italia+Tim sarebbe stata altrove ricapitalizzata attraverso ulteriori emissioni in Borsa oppure attraverso aumenti di capitale riservati sottoscritti da qualche operatore di Private Equity. Ma queste due alternative presuppongono l'esistenza di un mercato borsistico LIQUIDO oppure la presenza sul mercato italiano di più fondi di P.E. in concorrenza tra loro e ATTIVI. Nulla di questo esiste in Italia: la Borsa è minuscola e nonostante l'impressionante propensione al risparmio che ci caratterizza a livello mondiale, i nostri capitali languono in un mercato finanziario inefficiente. Inefficienza preservata ad arte ancora di recente proprio dal legislatore (bi-partisan) al momento di INSABBIARE una qualsiasi riforma sensata del sistema finanziario. Perché?
L'attuale caso Tim-Telecom ci spinge a focalizzare un tema fondamentale per la nostra economia: il nostro sistema finanziario è forse tenuto inefficiente perché tutti i governi hanno bisogno che i risparmi degli italiani DORMANO nei titoli di stato anziché spingersi sul mercato azionario e obbligazionario privato? Attraverso questo secondo strumento i nostri risparmi contribuirebbero a finanziare nuove imprese o i nuovi progetti delle nostre imprese storiche, ma questo non può o non deve succedere per non sottrarre liquidità al meccanismo di finanziamento del debito pubblico. Inoltre avere imprese con basso capitale di rischio giova grandemente agli unici altri attori economici capaci di fornire loro liquidità: le BANCHE. Ed in particolare le banche nostrane, uniche in grado di muoversi con sapienza in un meccano così nebuloso e vischioso quale è mantenuta l'Italia. Non per niente le banche sono numericamente quasi il 50% del nostro indice Blue Chip (14 su 30 in Italia contro 1 su 30 negli Usa.. ci torneremo) e non per niente sono tra le pochissime realtà a fare utili in questa nostra economia in contrazione.
Caro Prof. Prodi, cari giornalisti, affrontiamo il nodo del debito pubblico, velocizziamo il fluire dei nostri capitali rinnovando il sistema del risparmio e togliendo protezione e nebbia protettiva alle banche italiane. Avremo risolto ad un tempo sia il problema di Telecom-Tim e dell'impoverimento delle nostre grandi aziende sia il problema di cui tutti voi mai parlate: l'IPERTROFIA di pochi settori sclerotici relativamente al resto della nostra economia.
| inviato da il 13/9/2006 alle 12:35 | |
21 luglio 2006
Che delusione..
L'idea di liberalizzare a partire dai gruppi più piccoli non era male. Ma cavolo, se cominci, insisti per la tua strada no? Perché fermarsi? Che senso ha? E tutto il discorso sull'attività d'impresa che fine fa? Aveva ragione Edoardo: tempo sprecato commentare. Sulle farmacie allora non stiamo proprio a dir nulla. Non diciamo che negli USA e in UK le farmacie fanno concorrenza spietata alla grande distribuzione. Non diciamo che i farmacisti italiani, caspita, invece di scendere in piazza per tornare indietro dovrebbero ora rilevare il negozio a fianco e ingrandirsi per vendere biscotti e passeggini e vino e prodotti per la casa e assumere dei commessi giovani che parlino inglese e creare un loro marchio di distribuzione e aprire altri punti vendita nella loro città e poi fuori da essa e poi vendere su Internet.. Fare impresa nella grande distribuzione, insomma. Come avviene nei paesi esteri da cui infatti siamo progressivamente colonizzati (Auchan, Metro, Carrefour, Leroy Merlin, Walgreens, WalMart, ..). No. In Italia non facciamolo mai. Rimaniamo piccoli. Rimaniamo arroccati sulla rendita dei nostri 35 metri quadri di farmacia o 4 metri quadri di taxi. Ma poi non lamentiamoci che i politici rubano o che paghiamo troppe tasse. Perché sarà forse qualche volta anche vero ma sono comunque solo ALIBI! Siamo noi cittadini taxisti, cittadini farmacisti e domani cittadini avvocati e poi notai e imprenditori e impiegati statali che non abbiamo voglia di metterci in gioco e di rischiare. BRAVI TUTTI! E domani i nostri figli manderanno il loro curriculum da Walgreens o da CVS Pharmacy che nel frattempo arriveranno in Italia. Perché noi le farmacie grosse non vogliamo farle, ma il mondo va avanti anche se l’Italia sta ferma. E ‘sta volta non per colpa del governo ma per colpa dei cittadini stessi. E allora hanno ragione i 20enni e 30enni e 40enni che scappano all'estero perché sono stufi di vivere in un paese inchiodato. Se avete bisogno di me, mi trovate a San Francisco 1 415 738-4797
| inviato da il 21/7/2006 alle 22:17 | |
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